1 novembre (Yasmina) – Come si diventa altruisti?

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I blocchi dello scrittore mi fanno inc***are. Soprattutto quando l’origine del blocco è dato da circostanze puramente emotive. Pensavo che tornare in Africa mi avrebbe aiutato a riappacificarmi con me stessa e invece niente: sono qui con un gran peso sulle spalle, tanta rabbia nel cuore ed un senso di vuoto più grande di prima. Non sono partita con l’idea di cambiare il mondo, forse ho sperato di modificare la mentalità di una persona o due, ma niente di speciale. Non sono nessuno. Come non ero nessuno. Non si tratta di ipocrisia ma d’incomprensione. Invece di guardarmi dentro avrei dovuto concentrarmi di più su quello che avevo davanti. Non sono né maliana né italiana e per quanto mi riguarda e tutti questi “mi”, che vengano da me o da altri, mi stanno facendo venire la nausea.

Come si diventa altruisti? Come si fa a mettere gli altri prima di noi stessi? Qual era il mio obbiettivo? Mostrare un’Africa diversa? Un’Africa che ho vissuto poco anche se l’ho girata in lungo e in largo? Non sono nessuno e se potessi scomparire in questo momento lo farei. Perché? Perché la vergogna è più forte di qualsiasi altro sentimento che ho provato in queste due settimane. Non sono nessuno, una formica tra tante, che si sforza di fare per dire che ha fatto e non perché vuole veramente fare, forse… O forse no. Chissà? Magari un giorno ciò che abbiamo provato a realizzare qui darà i suoi frutti ma il problema resta un altro. L’unica cosa che riesco a fare è rimuginare le stesse cose mentre qualcuno non mi ascolta più, altri fanno finta di ascoltarmi e altri ancora si prendono gioco di me. “Sei gentile e affettuosa”. Tutti meccanismi di difesa. Ho chiuso gli occhi troppe volte in queste due settimane e mi sono tappata le orecchie proprio quando non avrei dovuto farlo. A noi donne insegnano a stare zitte, soprattutto nelle situazioni più scomode. Non mi sono mai sentita così stupida, vulnerabile e attaccata. Eppure mi ero ripromessa di camminare sempre a testa alta per chi non riesce a farlo, per le bambine che ho allenato e sorvegliato in questi giorni, alle quali auguro il meglio, per non dare soddisfazione a chi mi fa o mi ha fatto soffrire, ma mai per me stessa. Oggi ho deciso di parlare. Sarò pure gentile e affettuosa, ma non mi inchino davanti a nessuno, soprattutto davanti a chi non mi rispetta o si diverte a fingere di farlo. Non siamo nessuno ed è meglio così, perché, per cambiare le cose, bisogna prima agire poi rivendicare ciò che si è diventati. Oggi ho smesso di sforzarmi, non voglio dover provare di essere “Qualcuno”. L’orgoglio va messo da parte, per lasciare un po’ piu’ di spazio all’umiltà. Il buon esempio si da facendo buon viso a cattivo gioco. Remember: “success trains, failure complains” e ciò che abbiamo fatto in queste due settimane di Etiopia lo abbiamo fatto grazie alla gente di qui. E soprattutto per la gente di qui. Se ripartiamo con qualcosa in più o in meno non importa. Almeno ripartiamo con la spinta giusta, certamente facendo compromessi, ma ci vogliono ben più di due settimane in Africa per rimettersi veramente in discussione. Sono pronta a prendermi le mie responsabilità e ad aiutare questo continente, poco importa se con un contributo da gigante o da formica. Lasciate l’Africa all’Africa, non parlatene a vanvera e se venite qui senza sforzarvi di ascoltare ciò che ha da dire la gente o senza apprezzare la loro cultura, restatevene a casa. Nessuno vi vuole qui. Non siete necessari, non abbiamo bisogno di voi, né degli pseudo liberali occidentali. Venite qui con la voglia di imparare, apprezzare, a testa bassa. Perché è qui che la nostra specie è nata ed è qui che si estinguerà per ultima, di questo ne sono sicura.

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