10 ottobre (Michele) – un gruppo di brutti ceffi all’aereoporto

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Sono le 20.30 del 30 luglio quando un gruppo di brutti ceffi, sei per l’esattezza, si riunisce al terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino. In realtà le 20.30 si fa per dire, facciamo pure 20.45. Alle 20.30 io e Lorenzo stavano ancora alla prese con Fifa 17. Non sono soli i 6 ragazzi. A loro si aggrega un gruppetto di persone di varia età, tra cui si distinguono una tizia strana con i capelli neri e un sacco di tatuaggi, una generale nazista dall’accento milanese e un ragazzo che sembra uscito da una seduta chemioterapica. C’è anche Claudio, il cameramen più bello del mondo per acclamazione. Ma soprattutto ci sono io. Dopo un profondo dissidio interiore tra la costa abruzzese e il Tigray, ho scelto, tra le due, la più civilizzata. Ora: piccolo problema. Io ho paura di volare. E non l’ho mai fatto per sei ore. Per fortuna, l’aereo relativamente comodo, l’orario notturno e Italo Svevo mi hanno facilitato il sonno. E in questo modo, senza alcun problema particolarmente rilevante, il gruppo è arrivato ad Addis Abeba, più o meno alle sette della mattina del giorno dopo. Alle sei secondo il fuso italiano. E la mia mammina era comunque già sveglia per ricevere il mio vitale e indispensabile messaggio: “siamo atterrati. Vivi”. Davanti ai nostri occhi, la capitale dell’Etiopia. Addis Abeba è una città in via di sviluppo: qualche ricco e tanti poveri, senza quel passaggio graduale tra centro e periferia che ci aspetteremmo da una megalopoli grande quanto Roma. Un isolato dopo una baracca, trovi un negozio della LG. E accanto, un palazzo di quattro piani circondato da impalcature fatte con rami di legno. A guidarci nel giro turistico della città ci ha pensato una mia vecchio conoscenza: padre Gabriel. Avrà anche un cognome, ma non ho mai indagato oltre “Gabriel”. Parroco di Dire Dawa nel 2008, anno in cui il mio papino, lavorando in Etiopia, l’ha conosciuto, si è poi trasferito per un paio di anni a studiare a Roma, mantenendo costantemente i contatti con la mia famiglia. Dopo quattro anni me lo sono ritrovato davanti. Il mondo è fatto così’: a volte ti fa viaggiare chilometri prima di farti capire quando sia piccolo. Mai scritta frase più banale, in effetti. Ma è il meglio che sono riuscito a inventarmi, e in questa circostanza ci sta anche bene. Il bello però deve ancora arrivare. Alle 14.40 prendiamo il nostro secondo volo. Questo sì, tragico. Dal ronzio che ci ha accompagnato per tutto il viaggio all’atterraggio non troppo delicato. Ad attendere il gruppone, all’aeroporto, un cameramen e un producer. Che aveva i soldi. Ma grazie alla magnifica organizzazione, tali soldi erano con lui ad Axum dalle 10 del mattino. Adwa dovrebbe essere a 20 minuti di macchina da qui. Se tutto va bene a breve raggiungeremo la casa madre.

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