11 ottobre (Yasmina) – A taste of our true colors

Mettiamola così: essere neri in Italia non è proprio facile. Ogni giorno siamo soggetti a delle micro-forme di discriminazione che passano spesso inosservate da parte della maggioranza della popolazione bianca, per la quale spesso il razzismo o non esiste più o è insignificante. E così ci dobbiamo sorbire baristi che ci parlano in inglese – poco importa se li abbiamo appena salutati in italiano, probabilmente a loro piace  l’ebbrezza del ridicolo, quando sfoggia l’inglese livello A2-, ragazzi bianchi che usano impropriamente il termine “nigga” o “negro” solo perché hanno ascoltato due canzoni di Tupac e giovani laureandi in scienza politiche che credono ancora che il razzismo è un’invenzione.

Arrivando in un paese composto da una larga maggioranza di persone nere – perché “di colore” cari miei non significa un emerito cavolo, girate solo intorno al problema… e il politicamente corretto, per quanto mi riguarda, potete lasciarlo a casa – io e la mia amica Ismela pensavamo che la minoranza bianca che ci circondava avrebbe provato ciò che noi proviamo in Italia in quanto “etnicamente diverse”. Ovviamente ci hanno scambiate per etiopi più volte. Ismela è persino riuscita a trovarsi una sosia, ma tra lo sguardo perplesso dei bambini che non capivano perché, avendo io lo stesso loro colore di pelle, non parlassi il tigrino o l’amarico, e le strofinate dei piccoli addosso ai volontari di pelle bianca, dopo qualche giorno mi sono accorta di una cosa che non mi sarei mai aspettata. Avendo una doppia nazionalità – italo-maliana – mi ritrovo spesso a dover fare i conti con gente che sia giù che su, vale a dire nel nord e nel sud del mondo, ha difficoltà a inquadrarmi. Non li biasimo affatto, anch’io ho avuto i miei dubbi. Sono un ibrido in cerca di casa, un posto dove possa sentirmi a mio agio, dove mi possa riconoscere e sentire che “appartengo”. Forse questo luogo l’ho trovato ad Adwa. Saranno state le suore, tutte di colori e “background” diversi, i volontari italiani mischiati a quelli etiopi, gli ospiti della missione provenienti da tutto il mondo, il fatto di trovare pasta e enjera accanto, sullo stesso tavolo, a pranzo e cena… Non lo so. So solo che uno dei pochi “wanna be melting pots” più riusciti che io abbia visto in tutta la mia vita è proprio quello della Missione. And we all got a taste of our true colors, sia nel meglio che nel peggio.

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