13 ottobre (Federica). Ti dico no. E poi magari ti abbraccio.

Quello che sta succedendo è che ovunque io guardi non posso che pensare “che meraviglia!”.
Le montagne, la nebbia, la pioggia (in Africa!).
I minitaxi blu, chi mangia nel fango, chi vende “Aksum cross” ad ogni angolo.
La chiesa di Santa Maria di Sion, il monastero che presumibilmente contiene l’arca dell’Alleanza.
Quel presumibilmente messo nero su bianco qui, ma che negli occhi di queste persone è, invece, una luce certa di gioia.

Questo e poi le steli del sito di Aksum, immaginando una bellissima regina che siede sui bordi della sua piscina dove oggi un uomo si china a raccogliere l’acqua (piovana, sporca) in una tanica gialla mentre mi chiedo se la userà per bere, lavarsi, o per rivenderla.
Un filo spinato che non delimita niente.

I bambini.

E’ tutto questo che mi fa pensare “che meraviglia” , ma il vero stupore, la vera e stupefacente sorpresa è un’altra: sentire che io sono parte di questo e che questo è parte di me.

Prima di partire pensavo che sarei venuta a guardare.
Guardare una realtà non mia, ossia qualcosa che definivo “decisamente altro da me”.

E invece sono qui, coi miei privilegi, con un paio di scarpe che mi difendono da pioggia e fango, un pullmino stracolmo che mi fa sentire protetta e comoda, con una stanza nuova e pulita in cui tornare.

Sono qui, ci sono a modo mio, ci sono con i miei privilegi e forse può sembrare che tra la mia vita e la quella di queste persone passino secoli di civilizzazione, ma in realtà passano solo quintali di cemento e una connessione ad internet veloce.

E’ una vita senza attese, senza pause di riflessione, senza astrattezza, ma è vita, è la loro, è la mia.

Lentamente tutte le differenze (apparenti) svaniscono. Apro gli occhi e la vedo, la vedo la vita, sporca e stancante, ma piena.

E così anche dire di no a un bambino che tenta di impietosirmi per vendermi qualcosa, diventa più facile. Non la presunzione, il disprezzo, la disuguaglianza, ma un mettersi allo stesso livello. Non pensare che la vita di questi bambini meravigliosi e sconvolgenti sia solo un monito per me e qualche occidentale frustrato. Uno strumento per ricordare il vero senso delle cose. Ma finalmente diventare consapevole che loro sono me e io sono loro. Che la mia vita è fredda e sporca come quella degli abitanti di questa terra, solo che posso tirare fuori da una borsa dell’amuchina per igienizzarmi le mani.

I germi sono veri, la povertà è vera, lo sporco è vero, i disagi innumerevoli. Ma quei bambini non sono Moctezuma e io non sono un invasore spagnolo da scambiare con un dio. Non compro un gingillo rubato per i tuoi occhi dolci facendoti credere che identificarmi con “il bianco ricco e potente” sia abbastanza per me (e per te). Io sono io. Io sono te. Ti dico no. E poi magari ti abbraccio.

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