2 novembre (Michele) – Mi avete commosso

Siamo agli sgoccioli. L’ultimo giorno pieno con i piccoletti è giunto al termine, così come il briefing conclusivo della vacanza. Ci siamo salutati, abbracciati e, sono sincero, mi sono commosso. Perché è durato cinque minuti. Domani mattina si terranno le grandi gare: tutti i 950 bambini nella pista di atletica, divisi in quattro squadre, si sfideranno, in pieno spirito oratoriale, per la supremazia territoriale del Tigrai. Gira voce che ci faranno pitturare il volto. In tal caso mi darò per morto. Di oggi non ho molto da dire. Normale amministrazione, esercizi e partite, come ieri, l’altro ieri e tutti gli altri giorni passati qui. Ma stavolta per l’ultima volta.

Non ho mai avuto il talento giusto per lavorare con i piccoletti, l’innocenza adatta a idolatrare un bambino solo perché ha un bel faccino, né tantomeno possiedo il carisma necessario per farmi ascoltare da un migliaio di persone. Ho fatto quello che ho potuto, senza mai impegnarmi troppo, lo ammetto. A mia discolpa posso dire che avevo un doppio lavoro. Triplo secondo le mie intenzioni iniziali, però alla fine il povero Italo Svevo non l’ho degnato di uno sguardo. Ma penso che avrei potuto fare di più, perché loro mi hanno dato tanto.

I bambini. Se mi mancheranno o no, non posso dirlo adesso, ne potrò dirlo domani, al termine di un addio che, anche se non avrò il bisogno di farlo vedere davanti a una telecamera, mi rattristerà. Ne avrò un ricordo malinconico, perché per quanto abbiamo riso e giocato insieme; per quanto non si siano mai stancati di insegnarmi quei numeri in Tigrino che proprio non volevano entrarmi in testa; per quanto abbiano urlato con gioia il mio nome ogni volta che mi vedevano –Mhkele! Micheli! Mekhela! – io tendo sempre a cogliere il peggio dalle situazioni. La nostra imminente partenza li rattrista. I cosi bianchi, alti e con un non-so-che di divino se ne vanno. Se dovessi scrivere quale potrebbe essere il futuro per loro non saprei che inventarmi. L’unica cosa concreta a cui penserei, forse un po’ romanticamente –ma neanche troppo –, è Suor Laura. Lei, la madre di Adwa.  Con la sua missione, la scuola, l’ospedale in costruzione, la lotta contro la municipalità per donare una parvenza di dignità agli abitanti. Per il resto, il vuoto e le multinazionali cinesi che cercano di riempirlo con porcherie a basso costo.

Di noi, essenzialmente, rimarrà il ricordo del regalo più bello che possa essere fatto a un ragazzino del terzo mondo: l’alienazione. Il campo estivo li fa respirare dalla realtà. Hanno passato qualche settimana in un posto sicuro, tranquillo, pulito. Si sono sentiti importanti per un mondo che ha deciso di costruire il proprio edificio economico, malato e infame, sulle loro spalle. E, ce l’hanno fatto capire a modo loro, ne sono grati. Prima mi sono rimproverato di non avergli dato abbastanza. Ma forse, a giudicare dalle piante che hanno mutilato per regalarmi dei fiori, mi sbagliavo. Piccoli bastardi, mi avete commosso.

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