25 ottobre (Michele) – Ora Gianluca mi vorrà più bene

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Gli altri volontari ci hanno dichiarato guerra, e guerra sia. Senza ingigantire troppo la questione, semplicemente non ci andiamo a genio. Niente da fare: come l’anno scorso in Polonia, anche qui non andiamo d’accordo con le vittime delle nostre riprese. Il che non è necessariamente un qualcosa di negativo, tantomeno di insolito: a nessuno stanno simpatici i giornalisti. Per questo è un lavoro divertente. Non generalizziamo, i volontari non sono un’entità unica, e di ognuno ho un’idea diversa. Chi mi sta simpatico lo sa, glielo ho fatto capire. Oggi, niente di personale, nella gita in pullmino abbiamo portato i ragazzi di Adwa. Obbiettivo: cercare quel confronto con un’altra cultura, quel confronto per cui, esattamente una settimana fa, ho fatto la pazzia di rinunciare a starmene spaparanzato sotto l’ombrellone.

Certo, quando la sveglia è suonata alle sei di mattina, il giorno in cui anche Nostro Signore si è riposato, ho pensato che, magari, questo maledettissimo confronto avremmo potuto farlo dopo pranzo, con una tazza di tè, in tutta calma. L’ho pensato anche durante le due ore di macchina che separano Adwa dal monastero di Debre Damo], la nostra destinazione, passate, tra un sonno opprimente e l’impossibilità di addormentarmi dovuta agli sbalzi della strada, a sperare vivamente in una rivoltellata in fronte. Poi, la salita. Una parete rocciosa di una quindicina di metri. Liscia come l’olio, pendenza di 90 gradi. Per arrivare alla dimora dei monaci, bisognava scalarla. Né la corda né l’imbracatura avevano un aspetto rassicurante. Per non parlare dell’odore. Ma non mi sono affatto lamentato, anzi. Questo tipo di cose, divertenti e allo stesso tempo vagamente pericolose, stimola la parte autistica del mio cervello. Quindi non posso dire che l’arrampicata mi sia dispiaciuta.

Il monastero, dico la verità, mi è entrato da un occhio per poi uscire dall’altro. Ma il paesaggio no. Mia madre dice spesso che, almeno una volta nella vita, vorrebbe vedere il Gran Canyon: una valle scavata nei secoli da un fiume paziente e instancabile, filoni di roccia nuda di un rosso intenso, strapiombi da togliere il fiato, fauna e flora degne del miglior film western. Ehi mamma, io oggi l’ho visto! Comunque sì, sono ancora vivo. Infine, memore del discorso fatto prima, cioè che anche lui la domenica se l’è presa di ferie, il buon Dio ha fatto sì che le prigioni maschili, seconda tappa della stancante gitarella, fossero chiuse (per noi evidente). Regalandoci la prima mezza giornata di ozio da quando siamo qui.

Dicevamo, il famoso confronto. È arrivato, più o meno, grazie alla nostra esperienza visiva, alle parole di suor Laura e a quelle dei giovani leader. Sono ragazzi timidi, messi a disagio dalla telecamera; secondo un modo di fare che, a quanto pare, è comune a tutta l’Africa profonda si tengono i problemi tra di loro, per paura di offendere. Fanno gli animatori nel posto che li ha ospitati solo pochi anni fa, quando non avevano nulla se non Suor Laura e quell’inferno sulla terra che è il campo degli italiani. O poco più. Ma guardano al futuro, studiano, vogliono giocarsi le loro carte. Come Ace, il nostro autista, che è tornato dagli Stati Uniti perché crede in questo paese e nello sviluppo del settore turistico. Hanno paura che il nostro soggiorno non ci lasci di impresso nient’altro che la povertà diffusa, quando l’Etiopia è anche crescita industriale rapida, speranza, desiderio di riscatto, e ovviamente la tradizione più antica del pianeta. Si dice che tutto il mondo sia nato qui. Biologicamente è vero. Il loro è un dubbio legittimo: è come se degli americani, venuti a Napoli, visitassero solo le vele di Scampia, senza cogliere l’essenza della città partenopea. Il cazzim del Tigrai ancora mi sfugge. E pure se fosse, non lo capirei. Intanto, mi godo, senza fretta, il viaggio più bello della mia vita. Tanto quell’ombrellone a Pineto non va da nessuna parte. E il momento di spaparanzarsi, prima o poi, arriverà.

Dopo quello che ho scritto Gianluca mi vorrà più bene.

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